Il Nanga Parbat, per trent'anni inaccessibile alle spedizioni invernali, ha finalmente ceduto alla tenacia di un gruppo di alpinisti. Quella che, a posteriori, è sembrata un'impresa quasi agevole, con condizioni meteorologiche favorevoli e un percorso ben preparato, in realtà celava decenni di tentativi falliti e un'aspra competizione. La conquista invernale di questa vetta, avvenuta il 26 febbraio 2016, ha riacceso i riflettori sull'alpinismo estremo, ma ha anche rivelato le controversie e le difficili dinamiche personali che spesso accompagnano le imprese in alta quota. La storia del Nanga Parbat, fin dalla sua prima ascensione nel 1953, è intrisa di sfide umane e ambizioni che vanno oltre la mera prodezza sportiva.
Le vicende che hanno portato alla prima salita invernale del Nanga Parbat, sebbene celebrate come un trionfo, sono state complesse e non prive di attriti. Le sfide legate all'acclimatamento, alle condizioni meteorologiche estreme e alle decisioni cruciali prese in situazioni di pericolo hanno plasmato l'esito di questa impresa. L'epopea del Nanga Parbat invernale rimane un capitolo significativo nella storia dell'alpinismo, ricordandoci che la montagna non è solo un luogo di sfida fisica, ma anche un palcoscenico per le più intense emozioni e interazioni umane.
La Battaglia Invernale e le Dinamiche di Gruppo sul Nanga Parbat
La stagione invernale 2015/2016 sul Nanga Parbat ha visto un'inusuale concentrazione di spedizioni, con ben cinque team presenti al campo base. Sulla difficile via Messner-Eisendle operavano due cordate: quella italiana, composta da Simone Moro e Tamara Lunger, e quella franco-polacca di Tomek Mackiewicz ed Elisabeth Revol. Sulla via Kinshofer, invece, due approcci diversi: i polacchi Adam Bielecki e Jacek Czech miravano a uno stile alpino leggero, mentre la spedizione internazionale con Alex Txikon, Daniele Nardi e Ali Sadpara optava per una strategia più tradizionale con corde fisse e campi intermedi. Sul versante Rupal, infine, i ragazzi del Nanga Dream “Justice for All” cercavano la loro opportunità. Le condizioni estreme dell'Himalaya in inverno hanno presto mietuto le prime vittime tra le ambizioni degli alpinisti, costringendo diversi team alla ritirata. Le difficoltà legate al maltempo e le insormontabili sfide tecniche hanno portato a un progressivo assottigliamento dei ranghi, fino a lasciare un'unica spedizione eterogenea, ma anche tesa, a confrontarsi con la vetta.
L'inverno sull'Himalaya è un test di resilienza, e il Nanga Parbat ha dimostrato la sua spietatezza. Tomek ed Elisabeth furono i primi a cedere, dopo aver fallito il loro tentativo di vetta a 7600 metri. Anche Bielecki e Czech, dopo un pericoloso incidente che vide Adam volare per 80 metri, abbandonarono il progetto. Moro e Lunger, fallito il loro tentativo sulla via Messner-Eisendle, si unirono al gruppo di Txikon. La riduzione dei team ha paradossalmente acuito le tensioni interne. Caratteri forti e ambizioni personali hanno generato attriti, culminati in una discussione accesa tra Daniele Nardi e Simone Moro. Questa spaccatura ha portato Nardi a decidere di rientrare, lasciando il team a proseguire senza di lui. Le dinamiche complesse e le rivalità, spesso celate dietro l'eroismo delle imprese alpinistiche, hanno così plasmato il percorso verso la vetta, rivelando quanto le sfide psicologiche e relazionali siano intrinseche all'alpinismo d'alta quota.
L'Assalto Finale alla Vetta e le Scelte Cruciali
Con solo quattro alpinisti rimasti e la via attrezzata fino al terzo campo, l'attesa di una finestra di bel tempo divenne cruciale per il tentativo finale. Il 22 febbraio, nonostante le incertezze meteorologiche, la cordata lasciò il campo base sul versante Diamir, spinta dalla necessità di trovare condizioni favorevoli e venti clementi in vetta. In dieci ore raggiunsero campo 2 a 6200 metri, dove furono però bloccati da una bufera il giorno successivo. Il 24, con il miglioramento del tempo, salirono a campo 3 (6700 m) e il 25 raggiunsero campo 4 (7200 m). Nonostante i quasi 1000 metri di dislivello che ancora li separavano dalla cima, l'umore era alto, ma la scarsa acclimatazione del gruppo rappresentava una seria preoccupazione. Nessuno degli alpinisti era riuscito a trascorrere abbastanza tempo in quota a causa delle rare finestre di bel tempo, con Alex e Ali che avevano raggiunto 6700 metri, mentre Simone e Tamara solo 6100 metri. Questa condizione avrebbe influito pesantemente sull'esito dell'impresa.
Dalla posizione di campo 4, la piramide sommitale appariva nitida e vicina, ma la realtà era ben diversa, richiedendo ore di ardua ascesa. Alla fine, furono Simone Moro, Alex Txikon e Ali Sadpara a stringersi sulla vetta, realizzando la storica prima invernale. Tamara Lunger, invece, fu costretta a fermarsi a circa 70 metri dalla cima. La sua insufficiente acclimatazione, aggravata dal poco tempo trascorso in quota, la indebolì, ma le permise di prendere la saggia decisione di rinunciare, evitando di rallentare i compagni durante la discesa. Il suo rientro fu drammatico: cadde per circa 200 metri in un crepaccio, salvata solo dalla neve fresca. Ali Sadpara, il primo a toccare la vetta, fu spinto dalla determinazione di riscattare il fallimento dell'anno precedente, quando si era fermato a soli 150 metri dalla cima. Per Alex e Ali, fu il loro primo Ottomila invernale, mentre per Simone Moro il quarto, consolidando il suo status di pioniere delle ascensioni invernali sugli Ottomila. L'intera impresa è stata magistralmente raccontata nel film "La montaña desnuda" di Alex Txikon, un'opera che cattura l'emozione e la complessità di questa straordinaria avventur